Il mito della felicità costante: perché non dobbiamo essere sempre felici?
- martinasanvito
- 20 ott
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 4 nov
Sorridi che la vita ti sorride.
La pressione a essere sempre felici. Il mito della felicità costante.
Capita spesso che in studio si presentino pazienti che sentono la pressione di essere sempre felici, come se la felicità costante fosse una condizione necessaria per stare bene.
Mi spiego meglio: osservo spesso una difficoltà a discernere quando si possa non essere felici. La tendenza è quindi quella di non concederselo mai.
Il risultato? Non è la felicità, ma una costante insoddisfazione e frustrazione per non riuscire a sentirsi felici, anche quando ci sarebbero tutte le ragioni per esserlo.
Ne ho parlato in una piacevole chiacchierata radiofonica con Stefano a Story Time (la potete ascoltare qui), dove abbiamo affrontato proprio questo tema: l’idea, falsata e poco sana, che la felicità debba essere uno stato costante e continuo.
Quando la felicità diventa un dovere
Nelle mie terapie chiarisco spesso che lo scopo del percorso non è “stare bene sempre”, ma imparare a stare bene quando le cose vanno bene e a stare male (bene) quando le cose vanno male.
La vita non è un flusso costante di serenità, ma un alternarsi di esperienze, e ogni emozione ha il suo spazio e la sua dignità.
La dignità di ogni dolore
Una delle frasi che sento più spesso è:
“Ma io sono fortunata, c’è chi sta peggio.”
Come se esistesse una gerarchia del dolore, un campionato della sofferenza in cui devi qualificarti per meritarti il diritto di stare male.
In realtà, il dolore per un amore finito, un lutto o una delusione personale hanno tutti la stessa dignità. Ognuno vive la propria sofferenza in modo unico, e riconoscerla è il primo passo per poterla elaborare.
Ogni dolore merita di esistere, essere espresso, ascoltato e vissuto.
Il valore di saper stare nella tristezza
Con la generazione dei Millennials, la performance, il successo e la perfezione sono diventati obiettivi costanti, spesso irraggiungibili. Molti giovani oggi non sanno quando o per quanto tempo “possono” essere tristi.
Non si è imparato a stare nell’emozione, a darle tempo, a farla decantare come un vino pregiato. Le emozioni vengono viste come tempo perso, come se la tristezza fosse una minaccia alla produttività.
Eppure, la conoscenza delle emozioni richiede proprio questo: tempo, pazienza, errori, tentativi. Solo così si può raggiungere un vero equilibrio emotivo, non una felicità artificiale.
La narrazione del successo e il controllo illusorio
“Devi dare sempre il massimo. Se vuoi, puoi. Dipende tutto da te.”
Questa narrazione del successo è scollata dalla realtà e porta con sé una pericolosa illusione: che possiamo controllare tutto. Ma la vita è fatta anche di imprevisti, ritardi, malattie, e circostanze indipendenti da noi.
Quando l’imprevisto diventa inaccettabile, ogni errore viene vissuto come un fallimento personale, una ferita che mina l’autostima. Accettare i propri limiti è invece un atto di forza e consapevolezza, non di debolezza.
Il ruolo dei social nel mito della felicità
“Tutta colpa dei social.”
È una frase ricorrente, ma i social media non sono il problema: sono strumenti. Come ogni strumento, dipende da come li usiamo e da chi ci insegna a usarli.
Il vero rischio nasce quando diventano l’unico canale attraverso cui ci sentiamo visti, ascoltati o valorizzati.
La flessibilità e la varietà sono segni di salute: se la nostra identità si esprime solo attraverso ciò che condividiamo online, la complessità si perde e cresce il malessere.
L’illusione della vita perfetta online
“Aspetta a mangiare che faccio una storia.”
La vita digitale tende a mostrarci solo i frammenti migliori delle persone: i 30-90 secondi perfetti di una giornata di 24 ore. Si sviluppa così un’immagine distorta della realtà, in cui tutto deve apparire luminoso, ordinato, felice.
Quando invece condividiamo la parte autentica, imperfetta e reale, spesso ci sentiamo fuori luogo.
Eppure, proprio lì — nella vulnerabilità e nella verità delle emozioni — si trova la nostra umanità più piena.
Reimparare a sentire
“Come si è sentito? Cosa ha provato?”
Sono domande semplici, ma sempre più difficili da affrontare.
Viviamo in una società che ci abitua alla velocità, alla selezione costante di ciò che mostriamo e di ciò che vogliamo sentire. Così facendo, rischiamo di perdere contatto con il nostro mondo interno.
Accettare di non essere sempre felici non è un fallimento, ma una conquista.
È la via più diretta verso un benessere autentico e duraturo.
Essere autentici, non perfetti
Pretendere di essere sempre felici è la via più veloce per assicurarsi di non esserlo mai.
La felicità costante non esiste: esiste invece la possibilità di vivere pienamente tutte le emozioni, anche quelle scomode, imparando a riconoscerle come parte di noi.
La libertà di non essere sempre felici
Se ti riconosci nella sensazione di dover sorridere sempre, di non poterti concedere un momento di tristezza o fragilità, ricordati che non sei sola/o.
La terapia non serve a eliminare il dolore, ma a imparare a stare bene anche quando si sta male, trovando nel percorso una forma di benessere autentico e sostenibile.
👉 Prenota un colloquio conoscitivo: martinasanvito@icloud.com per iniziare a esplorare, con uno spazio di ascolto sicuro, la tua idea di felicità e di equilibrio.






Commenti