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Attaccamento: come ci portiamo dietro gli affetti di quando eravamo bambini.

Per attaccamento intendiamo la tendenza innata dell'uomo a cercare per tutto l'arco di vita la vicinanza protettiva di una figura conosciuta, ogni volta che si presentano delle situazioni di pericolo, dolore, fatica, solitudine, offrendo un vantaggio in termini di adattamento e sopravvivenza.

Lo stile di attaccamento è una modalità peculiare con cui ciascuno di noi ricerca e crea legami con l'altro e che ci deriva dalle prime relazioni significative, quelle della prima infanzia.

Secondo la letteratura psicologica classica esistono 4 stili di attaccamento:

  • Ansioso evitante o Tipo A. Chi fa proprio questo stile può provare la sensazione di non sentirsi amabile o protetto dall'altro, e che, quindi, sia necessario creare una versione diversa di sé per avere o mantenere un legame. Inoltre, chi possiede questo stile di attaccamento è stato un bambino/a molto competente e cooperante, quasi autosufficiente. "Devo essere il meglio per essere amato."

  • Sicuro o Tipo B. Chi si relaziona utilizzando questo stile vede se stesso meritevole di amore e attenzione. Queste persone si sentono sicure nelle relazioni e vedono l'altro affidabile, benevolo e disponibile. "Alcune persone mi hanno amato altre no. Vado bene così, posso essere amato anche così."

  • Ansioso resistente o Tipo C. Chi si ritrova in questo stile vede se stesso come amabile, ma debole e fragile, è molto concentrato sulla relazione che sente come incerta e inaffidabile. Le emozioni che si alternano in queste persone sono rabbia e paura, oscillando tra l'idealizzazione e la svalutazione dell'altro. "Anche se sono così debole posso essere amato, ma se poi lui/lei si stanca mi può fare molto male, quindi è anche pericoloso."

  • Disorganizzato o Tipo D. Il fulcro di questo stile è la valutazione di sé in base alla propria forza o debolezza. La relazione è vista sia come una minaccia sia come una soluzione. Il clima che si respira in questo tipo di relazione è molto confuso, tutto e il contrario di tutto, incerto e, appunto, disorganizzato. "Non so mai se oggi l'altro è un pericolo o una salvezza. Non so esattamente cosa fare, ogni giorno è diverso."

Secondo alcune teorizzazioni più recenti, tuttavia, la divisione non sarebbe così netta e anzi, con la crescita si sviluppano delle sfumature che possono attraversare questi diversi stili, creando strategia più funzionali nella gestione di rapporti.

Queste sono solo delle descrizioni generali, delle tendenze di comportamento, in cui ci possiamo o meno rispecchiare. Ciò che è, invece, assolutamente imprescindibile è che noi impariamo a relazionarci con i modelli della prima infanzia, e in quelle relazioni impariamo tutto perché in quel momento quello è tutto il nostro mondo. Quando poi cresciamo ci portiamo dentro quell' "io bambino" che ha bisogno di essere coccolato, protetto e rassicurato che la relazione con l'altro è possibile.




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